Fondazione Bruno Buozzi
Sede: via Sistina 57, 00187 Roma
Ente riconosciuto
Registro persone giuridiche dell'Ufficio Territoriale del Governo di Roma N. 193/2003
Bruno Buozzi nasce a Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, nel 1881. Operaio e poi capo reparto alla Marelli e alla Bianchi iniziò ben presto attività sindacale nella FIOM (Federazione Italiana Operaia Metallurgici).
Dopo la Grande Guerra fu uno dei massimi rappresentanti, con Ludovico D´Aragona, dell´attività sindacale durante il "biennio rosso".
Da sempre di fede socialista venne eletto al Parlamento nel 1919, 1921 e 1924.
Nel 1926 espatriò in Francia dove continuò l´attività antifascista unitaria nella Concentrazione antifascista in cui assunse posizioni riformiste in continuità con la tradizione migliore del socialismo italiano, quella di Turati e di Treves.
Nel 1941 fu arrestato dai tedeschi e consegnato al governo fascista italiano che lo condannò al confino da cui fu liberato, dopo l´8 settembre dal nuovo governo Badoglio che lo nominò commissario per i sindacati dei lavoratori dell´industria.
Nel 1944 i tedeschi in fuga lo arrestarono e lo assassinarono fucilandolo a La Storta, alle porte di Roma.
di Ferdinando Cordova
Nell'ottobre del 1918, nei giorni in cui stava per concludersi la prima guerra mondiale, si tenne, a Roma, il quinto congresso nazionale della FIOM Bruno Buozzi, che ne era il segretario, svolse un'ampia relazione sull'attività del sindacato dei metallurgici nei precedenti due anni. Un concetto ricorreva nel suo discorso: che non esiste democrazia, là dove non c'è volontà comune di procedere organizzati e solidali al raggiungimento di un fine. "Democrazia - affermò - significa disciplina".
Era questo un principio, a me sembra, destinato a segnare tutta la sua vita. Buozzi era figlio di operai. Il padre, panettiere, era morto quando aveva dieci anni, lasciandolo orfano assieme ad altri quattro fratelli, ed egli aveva dovuto interrompere gli studi, dopo la terza elementare, per cercarsi un lavoro. Solo con grandi sacrifici era riuscito a conseguire un titolo di formazione professionale tecnica. Non è retorica, tuttavia, affermare che la sua vera scuola era stato il mondo del lavoro. Operaio alla Marelli e, subito dopo, alla Bianchi, si era iscritto nel 1905, a ventiquattro anni, alla FIOM ed aveva preso la tessera del partito socialista, aderendo alla corrente riformista. Nello stesso periodo, aveva cominciato ad insegnare in una scuola di arti e mestieri della Società Umanitaria. Sono aspetti conosciuti della sua biografia, sui quali non è necessario insistere. È appena sufficiente farvi riferimento, per dare l'indicazione di un carattere, che si forma, fin da giovane, nel confronto con le difficoltà quotidiane e che, dal rapporto con esse, trae forza e capacità di analizzare i problemi nei termini reali, ricordando sempre come, al loro centro, vi fossero persone con bisogni e diritti.
Di tale sua concretezza diede prova, quando, nel 1909, fu eletto segretario della federazione nazionale dei metallurgici.
L'Italia - è appena il caso di ricordarlo - stava attraversando un momento difficile. La crisi monetaria, iniziata due anni prima in America, aveva raggiunto il vecchio continente, riducendo gli utili delle industrie ed esaurendo la disponibilità degli imprenditori a concedere aumenti salariali. La politica giolittiana di uno sviluppo democratico del Paese, basato sul progresso costante della borghesia industriale e sull'inserimento di vasti strati del proletariato organizzato nella vita dello Stato, mostrava tutti i suoi limiti, a fronte di un sistema produttivo squilibrato ed incapace di trovare una risposta adeguata alle proprie deficienze strutturali. Ne derivava un irrigidimento sul piano del costo del lavoro ed una conflittualità sociale in aumento. La FIOM, quando Buozzi fu chiamato a dirigerla, si dibatteva tra profonde difficoltà, che avevano allontanato, dalle sue file, non pochi lavoratori. Il ritmo ascendente degli iscritti, che l'aveva portata dai13. 313 soci del dicembre 1904 ai 26. 906 del febbraio 1907, sembrava essersi spezzato. Nel 1908, infatti, gli aderenti erano 15. 705, una cifra di poco superiore a quella di quattro anni prima.
"Le cause che hanno portato noi, giovani e sconosciuti, quasi - avrebbe ricordato, più tardi, Buozzi - a dirigere la Federazione sono di quelle che difficilmente si dimenticano e che, nella vita di un'associazione giovane come la nostra, possono essere fatali. E la ricevemmo, questa nostra Federazione, disfatta, senza quattrini, piena di debiti e - questo è il più grave - guardata dai pochi soci che ancora le erano rimasti con la più diffidente.....fiducia".
Il giovane segretario svolse un'attività impressionante per ristabilire i rapporti con le sezioni, sostenere le ragioni dei lavoratori in 51 vertenze, dare suggerimenti e consigli. Egli stesso ebbe a ricordare che i membri del Comitato Direttivo si erano recati ovunque la loro opera fosse richiesta ed avevano trascorso ben 300 giorni, lontani dalla sede centrale di Milano. "Dappertutto - aggiunse - abbiamo sforzato e spinto gli operai a comprendere e sentire ogni loro voto ed ogni loro atto, per sviluppare in essi il senso della responsabilità. Propaganda per un'educazione moralmente rigida ed inflessibile; materialmente agile, eclettica e scevra da pregiudizi".
In questa sua opera furono due le derive che egli seppe evitare. Da un lato, il richiamo di un "partito del lavoro", tutto economico, il quale fosse il rappresentante diretto dei salariati e considerasse le formazioni politiche un "ramo secco", di cui si potesse fare a meno. Nel 1910, infatti, sull'"Avanti!", Rinaldo Rigola, illustrando tale proposta, aveva dichiarato inadatto l'organismo politico all'ampio moto di ascesa delle masse proletarie e sostenuto la necessità di trasformare il sistema parlamentare, basandolo "sulla rappresentanza degli interessi delle classi sociali ed economiche organizzate direttamente ed autonomamente nei loro sindacati". Nei suoi articoli, Rigola aveva cercato di dimostrare che i compiti del sindacato si erano andati dilatando dai meri interessi di categoria "al più vasto orizzonte della politica economica e sociale" e che solo una rappresentanza diretta in parlamento avrebbe permesso, al mondo del lavoro, di entrare nel gioco delle forze, le quali concorrevano alla trasformazione della società.
Buozzi non ebbe dubbi e si schierò contro tale richiesta. "Noi non crediamo molto - scrisse, nell'agosto del 1910, su "Il Metallurgico" - all'azione deleteria dei partiti politici poiché, proprio nelle località dove questi più hanno combattuto e tenacemente combattuto e sono sviluppati, più forte è l'azione sindacale, più importanti le conquiste che va facendo il proletariato e più potenti le organizzazioni". Ne riaffermò, quindi, le distinte sfere d'azione,convinto che le rivendicazioni dei sindacati, legate, spesso, al contingente della lotta economica, dovessero, alla fine, ricomporsi in un progetto di lungo respiro, di cui solo i partiti, con una visione più ampia della vita politica, potevano farsi portatori. "L'opera dei partiti - disse - si esplica nel campo teorico e della politica, quella delle organizzazioni economiche nel campo pratico delle rivendicazioni immediate". Ciò non implicava, ovviamente, nessun rapporto subalterno. Se il sindacato non doveva porsi contro il partito, non doveva nemmeno essere al seguito del partito e farsi cinghia di trasmissione di suoi interessi strumentali. "Il sindacato di mestiere - avrebbe dichiarato più tardi, nel 1924, approfondendo le sue riflessioni - ha un'altra funzione da compiere nella società, ma non può bastare a tutto. Nessuno potrebbe dimostrare che i rapporti di alleanza esistiti fra Confederazione del Lavoro e Partito Socialista abbiano danneggiato piuttosto che favorito il movimento sindacale. [...] Noi ci opporremmo - aggiunse - a tali rapporti solo quando della Confederazione si volesse fare un organismo subordinato al Partito. [...] I partiti devono solo persuadersi che, per tutto quanto riguarda il campo d'azione dei sindacati, sono i partiti che devono farsi portavoce dei sindacati e non questi di quelli.
Ai partiti che si dicono proletari - osservò, infine - incomberebbe anche l'obbligo morale di non farsi incitatori di aspre polemiche e di indisciplina nel movimento sindacale".
Nello stesso periodo - e fu il secondo, fascinoso, elemento, alle cui lusinghe seppe resistere - il sindacalismo rivoluzionario faceva le sue prove in Italia, predicando un prossimo scontro risolutivo con la borghesia e promuovendo scioperi, che avrebbero dovuto costituire una sorta di ginnastica rivoluzionaria del proletariato. I principi su cui si basava, che erano quelli dell'azione diretta delle masse, del potere in mano ad organismi locali ed autonomi e dell'annientamento dello Stato, producevano un ribellismo diffuso, il quale finiva per esasperare i conflitti di classe e per avviare il proletariato di fabbrica e delle campagne incontro a pesanti sconfitte. Buozzi oppose che "solo con una forte ed agguerrita organizzazione" era possibile impedire "che la vita dei lavoratori rassomigliasse ad una alterna vicenda di conquiste e di sconfitte" e ricordò che la lotta di classe non era "un gioco da fanciulli" e che, nel campo economico, le sconfitte avevano "conseguenze dannose per anni e anni". Affermò, nel contempo, di essere contrario "alla teoria che l'organizzazione e l'organizzatore debbono sempre seguire la massa, anche se disorganizzata. Tale teoria - precisò - rende inutile l'organizzazione. Serve a formare dei ribelli di un'ora ma non mai delle coscienze rivoluzionarie. A organizzare improvvisamente delle migliaia di operai, facili da condurre al macello, ma che se ne andranno immediatamente non appena finita l'agitazione per la quale si sono associati. La coscienza delle masse - sostenne, ancora una volta - si sviluppa e si dimostra con l'opera paziente, illuminata e disciplinata, la quale sola, attraverso anche a qualche rinuncia - che è spesso segno di forza - sa conquistare e conservare per prepararsi ad altre conquiste".
Subito dopo, la guerra investì l'Europa. Il mondo socialista si divise fra quanti vi videro l'occasione, con la sconfitta degli Imperi Centrali, per una rivoluzione democratica, che avrebbe riguardato, dapprima, i rapporti internazionali, per poi riverberarsi su quelli interni, e coloro i quali ritenevano che il conflitto imperialista fosse estraneo agli interessi del proletariato, che doveva rimanere fedele alla solidarietà tra gli oppressi. Il Partito Socialista Italiano, unico in Europa, scelse questa via, sia pure con la formula ambigua del "né aderire, né sabotare". Altri, come Mussolini e i sindacalisti rivoluzionari, quella opposta. Buozzi fu, ancora una volta, coerente con le sue idee. Pur confessando - come fece nel congresso della FIOM del 1918 - che le sue simpatie andavano alle nazioni della Triplice Intesa, partecipò alle manifestazioni contro l'intervento a Torino, nel maggio del 1915, e diede l'adesione della FIOM alle conferenze di Zimmerwald e di Kiental. Egli ben sapeva che la guerra non avrebbe eliminato la lotta di classe e che, anzi, la così detta "unione sacra" aveva offerto dappertutto, nel continente, il pretesto, agli imprenditori, per negare qualsiasi miglioramento ai lavoratori e per imporre la rinuncia ad anni di conquiste, ottenute attraverso lotte e sacrifici. Perché ciò non avvenisse in Italia, o almeno per limitarne gli effetti, decise di entrare a far parte, in Piemonte e in Lombardia, dei comitati per la mobilitazione industriale, i quali avevano lo scopo di militarizzare la produzione. Tale sua attività gli procurò aspre critiche e gli fu addebitata come un evidente difetto di coerenza, rispetto alla logica neutralista. Essa rispondeva invece, a mio parere, ad una grave assunzione di responsabilità. Potevamo - si chiese Buozzi - abbandonare gli operai, ai quali, con la militarizzazione delle industrie belliche, era stato già sottratto il diritto di sciopero, in balia di comitati arbitrali - ché tali erano quelli della mobilitazione industriale - senza che nessuno difendesse i loro diritti? E ricordò che, in alcune circostanze, bisognava saper guardare la realtà. "Ci sono situazioni e considerazioni - disse esattamente - che s'impongono anche agli avversari più inflessibili". Nel caso specifico, la presenza sindacale aveva, secondo le sue parole, impedito che avvenissero soprusi ai danni dei lavoratori ed ottenuto risultati, "che altrimenti sarebbe stato vano sperare".
Più convulsi - è perfino superfluo, qui, ricordarlo - furono gli anni del primo dopoguerra, con il partito socialista, diviso tra pulsioni rivoluzionarie, evocate sempre dalla segreteria, che non era in grado di realizzarle, e l'incapacità del gruppo parlamentare e del sindacato di impegnarsi a fondo nella riforma dello stato liberale. Buozzi, chiamato, nell'estate del 1918, a far parte del comitato esecutivo della CGdL, partecipò a pieno di queste contraddizioni, con il rammarico, in verità, che il PSI, subito dopo l'occupazione delle fabbriche, non avesse avuto il coraggio, lasciando, così, via libera all'avvento della dittatura, di uscire dall'equivoco e di offrirsi ad ipotesi di governo. "A noi basta ripetere anche qui - disse, nel 1924, parlando al sesto Congresso Nazionale della FIOM - che se il Partito socialista avesse osato, all'Italia sarebbero stati risparmiati molte amarezze e molti dolori, il proletariato vivrebbe in condizioni migliori e al fascismo non avrebbe arriso così facile fortuna".
E ricordò un suo incontro, in quella circostanza, con un Mussolini esitante e disponibile a porsi, in caso di uno sbocco politico dell'agitazione, al fianco degli operai.
Alcuni anni dopo, ripensando ancora a quelle vicende, ripeté che avevano costituito il punto di svolta nella crisi del Paese e che la mancata assunzione di responsabilità era stata pagata a caro prezzo. L'occupazione delle fabbriche nell'autunno del 1920 - commentò - "aveva fatto riflettere molta gente e fatto sentire, più che mai, la necessità di uscire dal nullismo in cui l'antifascismo era impegolato. La partecipazione - confermò - sarebbe stata il risultato dell'azione diretta ed avrebbe probabilmente sconvolto le correnti, cosiddette rivoluzionarie, che si baloccavano ad attendere una rivoluzione totalitaria che non veniva mai. E quella che fu l'ora del fascismo poteva essere con una buona dose di audacia l'ora del socialismo".
Sappiamo, oggi, in effetti, che il capo del fascismo seguì, sulle prime, con cauta simpatia quanto stava accadendo e che solo ad agitazione fallita si scagliò, sul suo quotidiano, il "Popolo d"Italia", contro le "scimmie urlatrici", schierandosi al fianco degli industriali; e, tuttavia, ci sembra poco probabile che l'irrequietezza sociale del dopoguerra si sarebbe placata di fronte ad un'iniziativa del genere, la quale non avrebbe, in ogni caso, impedito, alla sinistra, di dividersi, alimentando i sentimenti di rivalsa del capitalismo italiano, soprattutto delle campagne. Senza contare l'istrionismo del "duce", maestro insuperato di voltafaccia, il quale ben sapeva l'ostilità che il proletariato, non dimentico del "tradimento" interventista, nutriva nei suoi confronti. Ma le parole di Buozzi sono qui riportate per sottolineare, come abbiamo detto all'inizio, la concretezza democratica dell'uomo, che riconosceva nel parlamento e nella prassi parlamentare, giusto o sbagliato che fosse, l'unica, possibile, via d'uscita dalla crisi.
A lui, comunque, vanno ascritte alcune importanti conquiste sindacali, come la giornata di lavoro di otto ore, raggiunta con l'accordo del 20 febbraio 1919 tra la FIOM e l'associazione degli industriali meccanici e siderurgici ed estesa, in seguito, ad altre categorie, ed i minimi salariali, ottenuti nel settembre del 1919.
Nelle scissioni, che, dall'inizio del 1921, conclusero la crisi interna del PSI, Buozzi fu, a Livorno, con la corrente di "Concentrazione socialista", diretta da Filippo Turati, e nell'ottobre del 1922, quando venne costituito, con il Partito Socialista Unitario, di cui fu segretario Matteotti.
Del fascismo egli capì subito, forte della sua esperienza di organizzatore, che la nazionalizzazione delle masse, voluta dal regime, si sarebbe risolta in un loro inquadramento gerarchico all'interno dello Stato, senza alcuna possibilità di fornire il proprio contributo all'erigendo sistema corporativo. Allorquando, dunque, Mussolini, divenuto presidente del Consiglio, chiese, il 25 novembre del 1922, che gli fossero concessi i pieni poteri, il deputato Buozzi - era stato eletto, per la prima volta alla Camera, nel collegio di Napoli, il 16 novembre del 1919 e confermato nelle due successive legislature - ebbe la prontezza di rispondergli con un fermo intervento: "C'è una sola dittatura necessaria in Italia, onorevole Mussolini: la vostra sui fascisti, per indurli alla disciplina" e di ricordargli: "Una cosa comunque è certa, che tutto ciò che vi circonda, più ancora del vostro passato prossimo, induce il proletariato a guardarvi con diffidenza".
Non diremo, qui, della sua attività di parlamentare, che si svolse nel campo della legislazione sociale ed economica. Ci sembra più opportuno, invece, ricordare la sua opera, in difesa della CGdL, di cui aveva assunto alla fine del 1925, in seguito alle dimissioni di D'Aragona, la carica di segretario generale.
Con il "Patto di Palazzo Vidoni", del 2 ottobre 1925, mediante il quale la Confindustria aveva riconosciuto alla Confederazione Nazionale delle Corporazioni Fasciste la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici, e la successiva legge Rocco del 3 aprile 1926, che istituiva il sindacato unico obbligatorio e giuridicamente riconosciuto, la libertà sindacale subiva in Italia, com'è noto, un colpo mortale. Nell'ottobre del 1926, inoltre, in seguito all'attentato Zamboni contro Mussolini, la sede di Milano della CGdL fu invasa e devastata dalle squadre fasciste. Buozzi, che si trovava in Svizzera, non rientrò, per sfuggire all'arresto, in Italia e fu incluso nella lista dei deputati aventiniani, dichiarati decaduti il 9 novembre del1926. Il Consiglio direttivo della Confederazione, riunitosi, in sua assenza, il 4 gennaio del 1927, decise, su proposta di Giovan Battista Maglione, di cessare ogni attività. La reazione di Buozzi fu immediata: il 30 gennaio del 1927 dichiarò che il comitato esecutivo della CGdL italiana si era trasferito all'estero e che l'attività del sindacato sarebbe continuata "senza interruzioni e senza ripiegamenti".
A Parigi, d'accordo con la Federazione Sindacale Internazionale di Amsterdam e con la CGT francese ed in alternativa alla CGdL, ricostituita clandestinamente dal PCI in Italia, egli svolse un'intensa opera di difesa dei lavoratori emigrati in Francia e in Belgio, anche attraverso "L'Operaio Italiano", il periodico da lui fondato, e protestò, più volte, presso il Bureau International du Travail di Ginevra, cha aveva accettato i rappresentanti sindacali fascisti. In nome della CGdL, entrò a far parte, insieme a Felice Quaglino, nel Comitato Direttivo della Concentrazione antifascista, al cui giornale, "La Libertà", diretto da Treves, collaborò. Fu membro infine, per tutto il periodo dell'esilio, dell'esecutivo della Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo. È comprensibile, dunque, che Mussolini - e non era la prima volta - tentasse di addomesticare un avversario così tenace. Tramite un vecchio ispettore della CGdL,Villani, gli fece arrivare, nel 1929, una proposta di conciliazione. Il fascismo - vi si leggeva - aveva eliminato ogni opposizione ed aveva in pugno tutto, ma c'era "una specie di infinito desiderio " di tornare nella normalità, "di trovare una sistemazione definitiva a questa situazione, l'equilibrio della quale non può essere eternamente affidato alla forza". La risposta di Buozzi fu in linea non solo con la sua dirittura di carattere, ma con la sua concezione della lotta politica, così come l'abbiamo, fin qui, delineata:
"Trattative di carattere politico - rispose - sono possibili solo fra due forze che, in caso di mancato accordo, possono riprendere ciascuno la sua libertà senza che una di esse possa essere ridotta al più umiliante silenzio dall'altra.
Quando insomma c'è una forza che può concedere graziosamente e togliere a suo libito, e quando, in caso di conflitto, una di tali forze può essere relegata in carcere o al domicilio coatto senza cha abbia neppure la possibilità di far conoscere la più misurata delle sue proteste, le trattative sono peggio che una irrisione.
E c'è dell'altro. Ammesso pure - e non concesso - che si accettassero delle trattative, e che il governo fascista, veramente compreso della necessità di una sistemazione, facesse le più larghe concessioni, è intuitivo che queste, per il solo fatto di essere state discusse e concesse ad hominem, perderebbero, a priori, qualsiasi efficacia.[...] Io non ammetto, dunque, neppure in ipotesi, trattative e concessioni ad hominem. Per me, al fascismo, non ho nulla da chiedere".
Va aggiunto - e mi avvio a concludere - che, durante l'attività antifascista all'estero, Buozzi, mentre si batteva contro l'invasione imperialista dell'Etiopia ed a sostegno della Spagna repubblicana, non perse mai di vista un obbiettivo costante: l'unione della sinistra, separata, com'è noto, da complesse vicende, che non abbiamo, qui, il tempo e lo spazio di approfondire, e del movimento sindacale italiano. Nel 1930, partecipò alle trattative per la riunificazione dei due partiti socialisti ed entrò nel nuovo PSI, sezione dell'Internazionale Operaia Socialista. È del 1934 (17 agosto) il patto d'unità d'azione fra partito socialista e partito comunista, premessa necessaria per giungere, nel 1936, superando non poche difficoltà, ad un accordo fra le due Confederazioni Generali del Lavoro. Arrestato, nel 1941, nella Francia invasa dai tedeschi, ed imprigionato a La Santé, ebbe l'occasione di incontrarvi Di Vittorio, il quale ricordò, qualche anno più tardi, le idee scambiate con Buozzi, durante l'ora d'aria:
"Tutte le nostre conversazioni - scrisse - partendo dal presupposto comune dell'assoluta necessità dell'unità sindacale nazionale ed internazionale, e dall'esigenza imperiosa dell'unità d'azione fra i due partiti, comunista e socialista - quale base fondamentale per l'unità della classe operaia - rafforzavano continuamente il nostro accordo sulle questioni di maggior interesse relative alla riorganizzazione del movimento operaio italiano ed alla ricostruzione democratica dell'Italia".
Trasferito, con foglio di via obbligatorio, in Italia, a Montefalco, un paese tra Foligno ed Assisi, Buozzi riuscì a stabilire rapporti anche con i cattolici, gettando le basi del "Patto di Roma", che fu, poi, firmato nel giugno del 1944 e che egli non riuscì a sottoscrivere, perché ucciso dai tedeschi in fuga. Ha scritto Achille Grandi:
"Noi abbiamo detto, quando ci siamo trovati con il povero Buozzi (ed eravamo nel 1942) ....Dobbiamo continuare noi a mantenere questa divisione? Dobbiamo continuare questa divisione di forze? Sul terreno sindacale dobbiamo favorire che sorga un movimento sindacale libero da pregiudizi politici, che sorga rispettoso di tutte le convinzioni politiche, di tutte le fedi religiose, che si estenda a tutte le categorie, se realmente vogliamo che il lavoro domani prenda il suo posto nella vita dei governi, di uno Stato profondamente democratico e popolare".
Concedetemi, infine, un'ultima considerazione. Nel 1927, quando una parte dei dirigenti confederali decise di appoggiare il progetto corporativista del fascismo, Buozzi scrisse una bella lettera a Giovan Battista Maglione, nella quale rivendicò con fermezza le ragioni della sua opposizione alla dittatura.
"Ma se riconoscere la sconfitta - scrisse - significa riconoscere che l'ideologia sociale è stata battuta per sempre e che nessuno ha il diritto di restare all'opposizione del fascismo, ah, allora, ogni socialista che si senta ancora tale e che abbia vivo e vigile il senso della dignità ha il diritto e il dovere di dire no. Io posso riconoscere che forza, strategia e tattica superiore alle mie mi hanno vinto e negare, contemporaneamente, che sia stata vinta la mia ideologia. E però non abbandonarla. E però cercare di far tesoro dell'esperienza per preparare la riscossa".
Erano, in queste parole, le radici di scelte che avrebbero determinato l'attività degli antifascisti, motivandola in qualche caso - e fu il caso di Buozzi - fino alla morte e che segnavano, in ogni modo, un confine netto tra la dittatura ed i suoi oppositori.
Ora, è vero che il fascismo durò vent'anni, che non tutti ebbero la tempra dei combattenti e che più di una generazione, in questo periodo, dové vivere, ricorrendo a compromessi non sempre disonorevoli. Tocca agli studiosi sceverare e distinguere, ma non è vero - come oggi, da alcuni, si tenta di accreditare- che non vi è alcuna differenza tra un sistema politico oppressivo ed uno democratico. Spetta a ciascuno di noi ricordarlo sempre, con fermezza.